Nebbia in Val Padana

Da nativo della bassa Pianura Padana, ho una discreta esperienza di nebbia. Solitamente non è un’esperienza piacevole, ma sapere cos’è le dà un po’ di poesia in più.

L’aria calda trattiene più umidità di quella fredda. In altre parole, in aria calda l’acqua rimane in forma di vapore più facilmente.

Quando una massa di aria calda e umida si raffredda rapidamente, l’acqua è costretta a condensarsi in goccioline. Succede all’umidissima aria della nostra doccia calda quando arriva sullo specchio. Succede alla calda aria estiva che sfiora il bicchiere col nostro aperitivo ghiacciato.

sundown

Ma succede anche se l’acqua non ha una superficie su cui condensarsi. In quel caso le goccioline condensate restano sospese nell’aria.

Particolarmente d’inverno, poi, il terreno si può raffreddare rapidamente rispetto all’aria intorno—specie al tramonto, oppure all’alba (col sole che scalda in fretta l’aria). Così l’umidità negli strati d’aria più vicini al suolo si condensa e diventa nebbia. Strato dopo strato, la nebbia sale (sì, sale).

Col passare della giornata, il terreno si scalda e la zona in cui si può formare la nebbia sale di quota. Perciò la nebbia sale quando si forma e per diradarsi.

Alcune zone sono più soggette al fenomeno: quelle con aria umida e poco vento. Se ci avete vissuto, saprete che nei periodi di nebbia è sempre nuvoloso. Il motivo è che quelle nuvole non sono altro che la nebbia risalita.

Infatti la nebbia si forma esattamente come si formano le nuvole: aria calda e umida che si condensa quando si raffredda. Che è il motivo per cui la nebbia mi ha guadagnato in poesia: è una nuvola, solo molto bassa.

Foto: walking the embankment, CC-BY-NC-ND palmasco, via Flickr. Some rights reserved. sundown, CC-BY jenny downing, via Flickr. Some rights reserved.

Un post a effetto

90° minuto, calcio di punizione. Beckham si sistema il pallone. Segnando qualificherebbe l’Inghilterra ai mondiali. Uno sguardo alla barriera, poi  calcia. La palla curva in volo ingannando il portiere e si insacca all’incrocio dei pali. Ok, non serve Beckham per tirare “con l’effetto”: ma come funziona?

Come molti sanno, ai fisici piace lasciar da parte l’effetto dell’attrito dell’aria sugli oggetti. Si fa perché semplifica molto le cose e non è troppo sbagliato, tranne in alcuni casi. Questo è uno. L’aria è fondamentale per dare l’effetto al pallone, che è piuttosto difficile da calcolare.

La chiave dell’effetto è la rotazione. Se, ad esempio, io (che sono destro come Beckham) calcio di interno, faccio ruotare il pallone in senso antiorario mentre si muove in avanti.

Perciò l’aria che gli passa a sinistra si muove nella stessa direzione della rotazione e viene trascinata per un po’ attorno e dietro al pallone. Quella che passa a destra, invece, prima incontra resistenza dalla rotazione della palla, poi si trova davanti l’aria che viene da sinistra ed è stata trascinata lì.

In totale, l’aria viene spostata verso destra. E siccome ad-ogni-azione-corrisponde-una-reazione-uguale-e-contraria, l’aria spinge la palla verso sinistra.

Una rotazione in senso orario fa curvare il pallone a destra, una all’indietro lo alza, una in avanti lo abbassa (la “ maledetta” di Pirlo).

Il fenomeno è chiamato effetto Magnus, in onore del secondo scienziato a descriverlo.

I grandi tiratori combinano diverse rotazioni sullo stesso tiro per renderlo imprendibile. Sapendo tutta la fisica che devono controllare per farlo, il risultato è ancora più incredibile.

Foto: Bellamy Free Kick, CC-BY-ND Simon Williams, via Flickr. Some rights reserved.

Aristotele ha sempre torto. E va bene così

Il Sole, i pianeti e tutto l’universo ruotano intorno alla Terra appesi a sfere di cristallo. La velocità di un corpo è proporzionale alla forza applicata. Un sasso cade perché la terra è il suo elemento naturale. Click Here

Questi sono alcuni degli insegnamenti di Aristotele, forzatamente tramandati per secoli, che hanno frenato il progresso scientifico. Prendendo una qualsiasi branca della scienza, è praticamente impossibile non imbattersi in qualcosa di completamente assurdo detto dall’illustre filosofo. In fondo, però, non è colpa sua se aveva l’incredibile capacità di non azzeccarci mai.

Più che altro era sfortuna: quasi tutte le teorie scientifiche moderne—esempio qualsiasi: gli atomi—hanno un antenato in Grecia. Ma anche in quei casi, qualcuno ne ha semplicemente beccata una giusta. Quelle teorie hanno comunque lo stesso valore scientifico delle affermazioni di Aristotele: poco.

Il fatto che ci sia sempre qualcosa su cui Aristotele ha torto, però, vuol dire anche che ha provato a capire tantissime cose, in tantissimi campi diversi. Il suo lavoro è un monumento alla curiosità umana. Purtroppo, il suo metodo lasciava più a desiderare, perché i ragionamenti non erano supportati da prove sperimentali.

Perciò non dovremmo prendercela con lui. Dovremmo invece essergli grati per averci provato, per averci dato una quantità enorme di punti di partenza (per quanto sbagliati), per ricordarci l’enormità di quello che c’è da scoprire e quanto sia appassionante provare a scoprirlo.

Altra possibile lezione (forse più importante): il rogo non risolve le dispute scientifiche. Almeno non nel lungo termine.

Foto: wikimedia.org